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On line il filmato del Miracolo della Cena

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  • 6 Aprile 2020 – 26 Marzo 2020
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  • Museo del Cenacolo Vinciano e Piccolo Teatro di Milano

On line il filmato Il miracolo della Cena con Sonia Bergamasco con la regia di Marco Rampoldi e la collaborazione drammaturgica di Paola Ornati. Lo spettacolo, che racconta l’esperienza di Fernanda Wittgens, nasce da una collaborazione fra il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e il Museo del Cenacolo Vinciano – MIBACT Polo Museale Regionale della Lombardia. Il primo spettacolo è stato realizzato presso il Cenacolo Vinciano martedì 25 settembre 2018, protagonista Sonia Bergamasco,  e poi ripreso al Teatro Grassi.

Il filmato dello spettacolo sarà disponibile anche attraverso il link di rinvio al sito del Piccolo, presente sul sito del Museo del Cenacolo Vinciano.

Cenacolo-Vinciano-Miracolo-della-Cena

 

UN “MIRACOLO’”CHE SI RINNOVA
Emanuela Daffra
Direttore del Polo Museale Regionale della Lombardia

Un mito, 2019
Chissà cosa ha sentito davvero Goethe quando, dopo avere varcato la porta che sta sotto la figura di Cristo – ora murata – si è girato verso la Cena.
Mi piacerebbe poter entrare allo stesso modo, piegando la testa in segno di reverenza, con un attimo di sospensione ancora prima di voltarmi.
E poi guardarla. “La” Cena.
Gli oltre 500 anni che ci separano dalla sua esecuzione hanno contribuito, tutti, a costruirne il mito, a farne l’ Ultima Cena per antonomasia, la meta di un pellegrinaggio costante di visitatori da tutto il mondo.
I motivi sono tanti. Perché è l’opera più impegnativa tra quelle (poche, tutto sommato) di Leonardo giunte fino a noi. Perché è l’unica su muro. Perché per la novità con cui era trattato un tema tradizionale e per le sue qualità formali diventò subito un punto di riferimento ineludibile per la cultura europea. Rembrandt, che non la vide mai, ci ha lasciato un disegno sbalorditivo per la capacità di penetrare e reinventare l’intensità espressiva voluta da Leonardo, intuita guardando la secca copia incisa da Giovan Pietro Birago. E non poco ha contribuito la letteratura, da Bandello che descrive Leonardo all’opera a Dan Brown passando per D’Annunzio che, all’aprirsi del ventesimo secolo, scrive Per la morte di un capolavoro “dinanzi alla ruina irreparabile del Cenacolo Vinciano”.
Perché è la fragilità del dipinto a sostenere con un altro argomento la sua fama e a far vibrare le corde della sua eccezionalità, tanto da farlo diventare, nell’ode di D’Annunzio, simbolo della precarietà che incombe sull’operare umano, anche nei suoi esiti più alti, perituri di fronte all’incessante rinnovarsi della natura.
Tuttavia la fragilità del Cenacolo ha sfidato e vinto la follia della guerra.
Sopravvissuto, nel 1943, alla distruzione di buona parte del convento, allo sventramento del Refettorio, alla pioggia, al sole, al vento che l’hanno tormentato prima che si potesse apprestare una protezione anche provvisoria diviene così simbolo anche della capacità di sopravvivenza ​dell’arte, assumendo una carica simbolica ancora più grande. Si capisce allora perché, in quegli anni, curare il Cenacolo delle sue ferite più recenti fosse anche curare una città, accudire quanto di meglio teneva unita una nazione.

 

 

Una città, 1947
Le ferite si sanano anche con la cultura. Milano, nel secondo dopoguerra è percorsa da un fermento che collega le espressioni artistiche più varie, permeabili le une alle altre, come unite da un unico sistema circolatorio.
In questa sede è bello ricordare che nel luglio 1947 Giorgio Strehler mette in scena l’Arlecchino servitore di due padroni, la forza dell’irriverenza burlesca contro le meschinità del potere.

 

Sarà un successo clamoroso in omaggio al quale, l’anno dopo, accanto al Duomo, apre un piccolo cinema chiamato proprio Arlecchino, progettato da due architetti giovanissimi che diverranno famosi, Roberto Menghi e Marco Zanuso.

 

Il bar era decorato da Pietro Fornasetti, sul soffitto della hall un Arlecchino a mosaico di Lucio Fontana accoglieva il pubblico e sotto lo schermo, sempre di Fontana, correva il fregio con la Battaglia che a luci spente si animava magicamente per le vernici sensibili alle lampade di Wood con cui era rifinito.

 

 

In quella Milano, dove ricostruire era non solo “fare nuovo” ma anche “fare arte” e nutrire la mente, non stupisce che una delle prime preoccupazioni prima di Ettore Modigliani, poi di Fernanda Wittgens, sia stata quella di incaricare Mauro Pellicioli di consolidare la pellicola pittorica del Cenacolo, miracolosamente ‘riapparso’, così titolano i giornali, dietro le cortine dei sacchi di sabbia.Non era infatti solo svolgere un compito istituzionale, ma soprattutto cogliere un bisogno profondo dei cittadini.

 

 

Una donna, 1954
Anima di questo “miracolo”, sigillato con un film in Ferraniacolor del 1954, fu Fernanda Wittgens.
Dice molto della sua persona il fatto che nei titoli di testa di quella produzione il primo nome a comparire come autore sia quello di Franco Russoli. Solo successivamente, in piccolo, in qualità di supervisore, incontriamo anche lei, la battagliera, instancabile Soprintendente e direttrice di Brera, che aveva sostenuto il restauro di Pellicioli contro le perplessità del direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro Cesare Brandi.
Brandi che per lei resterà uno dei “funzionari che hanno avuto una rapida carriera” nel corso del ventennio, complice fin dagli anni Trenta di una “politica di centralizzazione e antagonismo verso i funzionari netti da tare fasciste”, come lei stessa scrive in una lettera del 1956.
Anche questo ci dice molto di lei: non perdonerà mai a Brandi e ad Argan – nonostante i molti meriti intellettuali – di avere avuto il sostegno di Cesare Maria De Vecchi, colui che da ministro decretò la caduta in disgrazia di Ettore Modigliani e il suo esilio. L’ultimo restauro, concluso ormai vent’anni fa, nonostante criteri e metodi profondamente cambiati (e con la direzione di storici dell’arte usciti proprio dall’ICR), testimonia che aveva avuto ragione lei ad inseguire testardamente quanto di Leonardo riluceva ancora sotto i resti di vecchi interventi.